Denunce da Linea Condivisa e Anaao: «Emergenza malgestita, strutture senza mascherine e carenza di tamponi» Viale: «Siamo arrivati prima del Ministero, promuovendo monitoraggi e fornendo indicazioni alle direzioni sanitarie»

Articolo tratto da: Il Secolo XIX – 02/06/2020

Genova. Un mese di sostanziale blackout, con residenze per anziani abbandonate a se stesse senza direttive, dispositivi di protezione e tamponi. È l’accusa contenuta in una serie di esposti giunti negli ultimi giorni in Procura, che circoscrivono il periodo tra la fine di febbraio e la fine di marzo, in cui il Covid-19 è entrato nelle case di riposo liguri provocando una strage.

In alcuni casi, sempre secondo i dossier ora al vaglio dei magistrati, strutture che preventivamente avevano chiuso ad ogni tipo di visita sono state invitate a far entrare almeno un parente. Gli esposti sono firmati da associazioni di categoria di medici e infermieri e uno, forse il più duro, è stato raccolto dal gruppo d’opposizione in Regione di Linea Condivisa: le responsabilità, ai loro occhi, vanno ricercate nella gestione di Alisa, la cabina di regia regionale della sanità.

Le segnalazioni sono state raccolte dai pm che indagano per epidemia colposa, coordinati dal procuratore aggiunto Francesco Pinto (il fascicolo conta al momento sei indagati tra direttori sanitari di case di riposo). «Ci siamo occupati delle Rsa ben prima del primo decreto del governo – replica l’assessore regionale alla Sanità Sonia Viale (Lega) –. Noi abbiamo dato delle linee guida, poi sta alle direzioni sanitarie applicarle. Abbiamo fatto il possibile per aiutarli, senza scaricare su di loro. Abbiamo inserito le strutture nel ciclo di distribuzione dei Dpi, purtroppo era tutta la sanità a essere in carenza».

Quanto ai tamponi: «Ne sono stati fatti già a marzo. La diffusione del virus nelle Rsa non è un problema ligure, ma mondiale», commenta Filippo Ansaldi, epidemiologo di Alisa. «Siamo a disposizione per fornire ogni informazione e fare chiarezza – dice invece Valter Locatelli, commissario straordinario di Alisa – la magistratura farà il suo corso».

Una delegazione di Linea Condivisa ha incontrato i magistrati nei giorni scorsi e consegnato i risultati di un dossier raccolto attraverso fonti sanitarie negli ultimi due mesi. Il quadro che emerge dall’incartamento è quello di residenze abbandonate «senza indicazioni su come comportarsi in caso di contagio» e «senza tenere in considerazione le indicazioni dell’Istituto superiore di sanità». Si segnalano parenti fatti entrare negli istituti tra fine febbraio e inizio marzo anche contro il parere di alcuni direttori sanitari, e ospiti inviati da ospedali senza tamponi.

E ancora: Linea Condivisa denuncia che le prime mascherine inviate non erano idonee, «del tipo definito da alcune Regioni stracci per la polvere, che non possono essere nemmeno considerati dispositivi di protezione». Sulla gestione del personale sanitario si rimarcano tamponi inesistenti per tutta la prima parte di marzo, poi «insufficienti»; linee guida che avrebbero mantenuto al lavoro dipendenti con sintomi lievi, potenzialmente positivi; piante organiche depauperate «nel giro di 48 ore del 15%, per sopperire ai bandi degli ospedali». «In piena pandemia – si legge nell’esposto – Alisa non supporta le strutture nel chiudere gli accessi ai parenti, anzi fa il contrario. Fino al 25 marzo non individua strutture extra-ospedaliere per la cura e l’assistenza del Covid-19, in funzione solo ad aprile. Fino al 27 marzo non dirama alle residenze le indicazioni dell’Istituto superiore di Sanità sulle modalità di isolamento e l’uso dei Dpi. Fino a metà aprile non avvia attività diagnostica all’interno delle strutture. La tamponatura sistematica delle strutture sollecitata dal ministero della Salute il 3 aprile a inizio maggio non è ancora partita, su 12 mila pensionati solo 2 mila sono stati tamponati (a quella data, ndr). La distribuzione dei Dpi è iniziata a fine marzo, ma fino alla metà di aprile non sono stati distribuiti i Dpi previsti dal Ministero; le prime due distribuzioni hanno riguardato mascherine non classificabili come Dpi. Fino al 14 aprile non c’è stata una cabina di regia in Alisa che coordinasse a livello regionale le azioni delle Asl per monitorare l’evoluzione pandemica nelle strutture. Il monitoraggio è avvenuto dal 14 aprile, quando ormai si contavano decine di decessi». Si aggiungono le segnalazioni di Anaoo, rappresentanza dei medici ospedalieri, che evidenzia come alcuni medici siano stati fatti lavorare anche dopo contatti con pazienti Covid, oltre allo spostamento di pazienti positivi da una struttura all’altra.

Viale invita a considerare il contesto: «A marzo gli ospedali erano il luogo più pericoloso, dove avrebbero potuto contagiarsi se non erano positivi e poi portare dentro il virus. Per questo nei casi non gravi abbiamo preferito non ricoverare».

Contestualmente, venivano ricercate sul territorio strutture di tipo Rsa da adibire all’ospitalità di soli Covid, come la Sereni Orizzonti di Sestri Ponente. «Non abbiamo lasciato sole le strutture, ma non spetta a noi fare i controlli. Abbiamo promosso audit e monitoraggi, per aumentare la qualità».

Riguardo al monitoraggio dei casi, Ansaldi rivela come con il passare del tempo ci si sia concentrati sempre di più sulle mappature di ospiti e lavoratori delle residenze: «Oggi circa il 20% dei tamponi che facciamo sono nelle Rsa e per questo troviamo una percentuale di positivi molto maggiore che nel territorio o negli ospedali. Se c’è anche un solo caso testiamo tutti gli ospiti e i lavoratori». Questo, secondo Ansaldi, avrebbe permesso l’emersione di casi come la Rsa Santa Marta che, con una trentina di ospiti positivi, ha dato lunedì, per un giorno, alla Liguria il primato dei nuovi positivi tra le regioni.